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Gran Galà dei canti di questua - GLIE SCIUSCIE -
Corso Cavour e Via Indipendenza
“Gliu sciuscio” è in origine un canto di questua, un atto di solidarietà tra gli strati più poveri della società e quelli più agiati, un momento di incontro tra contadini, pescatori e servi che potevano accedere alle case dei signori, il giorno di San Silvestro, per augurare loro buona fine e buon principio d’anno (Calanne, per l’appunto, è un modo di dire dialettale gaetano che vuole intendere il “calare dell’anno e l’inizio del nuovo”), in cambio di una ricompensa, la questua, che una volta era in fichi secchi, sciuscelle, carrube o un bicchiere di vino, spesso abbinato a un momento di convivio.
“Gliu sciuscio è una parola che nasce in dialetto; non esiste una traduzione in italiano, sarebbero i fichi secchi. Gliu sciuscio è sia il dono che viene fatto che il gruppo di questuanti. Il canto di questua prevede delle fasi ben precise: presentazione (Noi simm gl pover pover e venimm da Casoria…), l’augurio (Oggi è calanne, diman è gl’ann nuov…) e la richiesta dei doni (O’ patro’… dacce nu sciusc, annanz che s’ammosc dacc quatt fich mosc, annanz che se secca dacc quatt fich secch). La conclusione del canto varia a seconda dell’offerta ricevuta; in cambio di doni si augura al padrone di casa ogni bene, nel caso in cui, raramente, l’offerta non veniva data o era deludente arrivava lo sfottò”.
La bellezza di fare glie sciuscie non è solo l’esibizione del 31 dicembre, ma la preparazione negli altri 364 giorni dell’anno; dalla stesura di testi e melodie, alle prove e al divertimento “dietro le quinte”, alla realizzazione degli strumenti tipici. I canti della questua, infatti, sono, nella tradizione, accompagnati da ‘martello’, ‘urzo’, ‘rattacas’, realizzati con ciò che si trovava in giro. Bastano una pentola, un pezzo di ferro, un triangolo, una scatola di pomodori avanzati, i tappi delle bottiglie; insomma, le cose più comuni per accompagnare il canto di augurio.
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